Abbiamo intervistato l'artista Andrea Cavina che ha da poco pubblicato il disco dal titolo "10 lettere"; ci ha aperto le porte del suo universo artistico parlandoci delle nuove canzoni fra passato, presente e futuro.
Buona lettura

1. Chi è Andrea Cavina secondo Andrea Cavina?
Andrea Cavina è un musicista e un insegnante. Uno che si definisce un artigiano della chitarra, più che un artista. Artista è un appellativo che lascio al giudizio degli ascoltatori. Credo nel lavoro fatto “ad arte” e nelle regole che si devono seguire per ottenere un buon risultato. E la musica di regole ne ha parecchie. Mi piace pensare che il valore della musica non stia tanto nella parte apparente, ovvero il prodotto finito, quanto in tutte le conoscenze, le competenze e il tempo necessari a creare il prodotto stesso. L’esperienza, anche non necessariamente esplicitata, è quella che rende interessante una proposta. Ho un trascorso musicale che oscilla tra il rock’n’roll e il conservatorio e ho sempre fatto fatica a decidere quale dei due mondi fosse la strada migliore. Poi, con il tempo, ho visto che la strada poteva benissimo essere una terza via, come una risultante tra le altre due.

2. Come definiresti la tua musica in tre aggettivi?
Leggera, riflessiva, autentica.
Il mio intento è quello di “parlare” al pubblico del mio tempo e possibilmente ad un pubblico vasto. Voglio che uno strumento considerato classico possa uscire dai contesti canonici che gli sono attribuiti. La leggerezza sta proprio nella proposta di un linguaggio che prima di tutto sento mio, ma che prende da maestri e contesti vicini a ciò che ascoltiamo oggi: la colonna sonora, il rock, il pop, senza escludere i grandi compositori del passato che hanno scritto musica universale, non necessariamente rivolta ad una élite. Se le melodie e armonie che utilizzo sono più vicine al pop, le strutture e le tecniche strumentali sono decisamente classiche. Dietro ci sono un pensiero e un percorso culturale, diverse esperienze sul campo e l’idea di proporre un prodotto fresco, ma, possibilmente, non banale. Tra i miei brani, ad esempio, Studiando Van Gogh vede la tecnica del “tremolo”, mentre Alba e Vento nella foresta, che hanno caratteri completamente diversi, usano un’accordatura in re minore, ispirata ad un monumento della letteratura chitarristica recente, Koyunbaba, di Carlo Domeniconi. Nonostante la mia ricerca, la mia musica è sincera, autentica. É vero che vuole parlare ad un pubblico vasto, ma senza inseguirlo. Non è musica costruita “ad hoc”. Semplicemente rispecchia chi sono, il mio vissuto e il valore che io attribuisco alla musica.

3. Ascoltando il tuo nuovo lavoro “10 lettere” ci si ritrova coinvolti in un vortice di melodie da cui è difficile uscirne. Innanzitutto: come mai questo titolo? Come è nato questo lavoro? Quali sono le idee che sono alla base delle canzoni che lo compongono?
Intanto grazie per la considerazione. Mi fa molto piacere. Non essendo un compositore nel senso accademico del termine, lavoro più con le idee, le suggestioni o “per immagini”. Per questo album mi sono rifatto alle atmosfere di grandi compositori del presente e del passato. Sono convinto che ci siano affinità, per non dire una vera e propria continuità tra la musica “colta” e buona parte del pop e del rock moderno. Vedo analogie, ad esempio tra gli studi di Mauro Giuliani e alcune canzoni di Lucio Battisti, o tra Beethoven e i Led Zeppelin, oppure Gaspar Sanz e De Andrè. L’idea delle lettere è anche quella di una “corrispondenza” sia in senso materiale, sia come affinità artistica. Non mi pongo assolutamente al livello di chi mi ha ispirato, ma vorrei inserirmi, idealmente, nella scia che questi grandi innovatori hanno lasciato o stanno lasciando. Con questo album volevo restituire in qualche modo quello che “i destinatari” delle lettere mi hanno dato attraverso le loro opere. Ho “scritto” a personaggi come Maurizio Colonna, Andrew York, Joe Hisaishi, Ludovico Einaudi… ma anche a compositori del passato come Mozart o Turlough O’Carolan. Perfino Van Gogh. Riallacciandomi alla domanda precedente, inoltre, trovo che la lettera richiami un doppio senso di leggerezza, di gusto tattile e olfattivo del supporto, ma anche di attenzione al contenuto, di riflessione sul messaggio da inviare.
Ecco allora che ritornano la leggerezza, la riflessione e l’autenticità della proposta.

4. Se potessi mandare una lettera a chi non c’è più, a chi la indirizzeresti e perché?
Come ho spiegato sopra, ho già scritto ad alcuni tra i più grandi artisti del passato, ma la domanda è importante, perché il più grande assente dell’album è Franco Battiato. Ho seguito la sua vita artistica da quando lo scoprii, nel 1995. Fu un’illuminazione. Nonostante io abbia avuto un percorso di vita decisamente diverso, per me è sempre stato lui (permettetemelo) il centro di gravità permanente, sempre anni avanti, teso verso il futuro, con profonde radici nel passato. Una persona eccezionale. Ecco, non so se avrebbe apprezzato il mio lavoro. Credo però che si sarebbe preso il
tempo di ascoltarlo. Fantasticando su questa idea, purtroppo impossibile da realizzare, mi piace, con questa risposta, potergli rendere un mio omaggio.

5. Quali sono i tuoi progetti futuri?
Nell’immediato, sicuramente la promozione dell’album. Il 22 aprile sarò presente con un mio brano, Aria, su RaiPlay in occasione dell’Earth Day 2022. Sto preparando due incontri importanti con due dei dedicatari delle mie lettere, Pat Metheny e Andrew York che saranno in Italia a maggio. Insieme a Coesioni, stiamo pensando ad un video, mentre più a lungo termine, c’è già l’embrione di un secondo lavoro discografico.

6. Se dovessi consigliare tre band contemporanee, quali sceglieresti?
Difficilissimo. Facciamo che il contemporaneo parta dal 2000 circa e in una linea temporale mettiamo qualche nuova pietra miliare. Tra gli “internazionali” i Muse e Florence and the machine. Dei “nostri”, Caparezza. Permettetemi una special guest… Tra le nuovissime, ho apprezzato La rappresentante di lista. Voce e personalità eccezionali nel suo genere. Spero abbia la continuità che si merita.