É disponibile il nuovo EP del musicista e songwriter Riccardo Gileno. Metà croato e metà canadese, di stanza a Trieste, la città che già dal nome (dall'etimologia di "terg", mercato) rappresenta un luogo di scambio e contaminazione, Riccardo Gileno torna ad offrirci il suo personalissimo sguardo internazionale, con disco dal titolo "From Beginning To End" - già anticipato dal brano "No need (big house in Malibu)" uscito il 10 aprile.
Riccardo Gileno presenta qui un nuovo e intimo progetto, un timido manifesto di valenza universale: sei brani che raccontano esperienze comuni — il dubbio, il desiderio, l’attaccamento ai ricordi, la perdita e la rinascita — in un percorso che appartiene inevitabilmente a ciascuno di noi. Il suo sound, di chiara impronta folk e cosmopolita, si distingue per l’essenzialità emotiva varcando ogni confine, anche della scena italiana.
Questo disco, fuori dalle dinamiche di mercato, diventa anche un silenzioso atto politico.
1. Trieste, la tua città, è un luogo sospeso tra culture e influenze. Quanto c'è di triestino – nel senso più profondo e sfumato del termine – nella tua musica e in questo nuovo disco in particolare?
Di Trieste, nella mia musica, c’è il clima autunnale dal sole velato. Per me, che ci sono nato e cresciuto e ancora ci vivo, è un clima di cui quasi riesco a sentire il sapore. Forse c’è anche il concetto di confine, che con la mia musica mi piacerebbe varcare.
2. Il titolo From Beginning to End fa pensare a un viaggio lineare, ma anche a una riflessione sul tempo, sulla memoria. È un disco autobiografico, o c’è anche una componente narrativa che esula dal personale?
È un misto di entrambe le cose. Parte da situazioni autobiografiche che poi ho cercato di elaborare in modo laterale. Io credo che inizio e fine siano due concetti potenzialmente sovrapponibili; descrivono quindi qualcosa di lineare, ma nel profondo, creano ciclicità.
3. Nel disco si avverte una forte apertura verso suoni e linguaggi internazionali, con pochi riferimenti alla scena italiana. È una scelta stilistica o un posizionamento artistico più radicale?
Se è radicale, di certo non lo è volutamente. Mi rendo conto però che i canoni del mercato italiano non accolgono a braccia aperte sonorità come le mie. Ma la mia espressione in musica non è e non può essere decisa a tavolino, quindi immagino di aver sviluppato il mio stile in questa direzione. Non escludo che tutto cambi, in futuro.
4. La scena musicale triestina – con realtà come Katana Koala Kiwi, Caspio, Sesto – sembra vivere secondo coordinate tutte sue, un po’ ai margini dei circuiti ufficiali. Ti senti parte di questa scena, o hai sempre cercato uno spazio altrove?
Io credo che questa sia una caratteristica positiva. Gli artisti menzionati nella domanda, che conosco anche personalmente in alcuni casi e apprezzo moltissimo, esprimono la loro arte in modo molto puro ed è proprio questo che ci porta (mi ci metto dentro anch’io) a essere in un certo senso un po’ “diversi” da ciò che si sente in giro. Personalmente, devo dire che scrivendo in inglese, ho dovuto necessariamente cercare uno spazio altrove, purtroppo.
5. Le atmosfere intime e folk del disco ricordano certi songwriter internazionali dalla voce appartata, come Keaton Henson o Damien Jurado. Quali ascolti hanno plasmato questo lavoro, e come li hai tradotti in un linguaggio tuo?
Intanto, ringrazio per gli accostamenti perché li prendo come un grande complimento. Forse l’influenza principale per questo lavoro sono stati Asgeir e Ethan Gruska, specialmente per i suoni.
