Abbiamo intervistato Daniela D’Angelo che ci ha raccontato il suo nuovo disco dal titolo "Petricore"; ci ha portato nel suo universo artistico tra passato, presente e futuro.
Buona lettura

1. Chi è Daniela D’Angelo secondo Daniela D’Angelo?
Mi definisco una ‘cantautrice schitarrante in cerca di bellezza’, Cosa posso aggiungere di più? La verità è che non so chi sia veramente Daniela. Ci sto lavorando … Suonerà un po’ banale, ma cerco di scoprirlo ogni giorno, nel bene e nel male. Per il resto, c’è la bio (infatti ho sempre dei problemi quando mi chiedono di scrivere la bio… chissà perché…).

2. Come definiresti la tua musica in tre aggettivi?
Ci provo: cantautorale, intimista, pop…?

3. Ascoltando il tuo nuovo lavoro “Petricore” ci si ritrova coinvolti in un vortice di melodie da cui è difficile uscirne. Innanzitutto: come mai questo titolo? Come è nato questo lavoro? Quali sono le idee che sono alla base delle canzoni che lo compongono?
Ho sempre adorato l’odore della terra bagnata appena inizia a piovere e non ho mai saputo come definire la sensazione correlata, di energia, di sospensione, di cambiamento dalla staticità. Il titolo è stata un’idea di Ivano (Rossetti), il bassista che mi accompagna da molti anni e che ha suonato anche nel disco. Un giorno mi ha detto che aveva trovato questa parola, ‘petricore’, suggerendo che potesse diventare il titolo del disco che stavamo realizzando. A me è sembrata un’ottima idea e mi piace molto l’assonanza che la parola ha con ‘pietra’ e ‘cuore’, che è il piccolo protagonista del disco.
Il lavoro ha visto più fasi, non ha una nascita in un dato momento. Ho cominciato a scrivere e lavorare sui pezzi parallelamente, iniziando dalla sala prove. C’erano molti elementi e le persone che avevo scelto da mettere insieme: la chitarra acustica e l’elettrica (io mi ritrovavo per la prima volta a dover suonare la chitarra in un intero album), batteria (Mamo), basso elettrico (Ivano). Inizialmente, abbiamo fatto un lavoro di pre-produzione, con la supervisione di Vito Gatto (che ha curato la produzione del disco), cercando di spingerci un po’ oltre i soliti arrangiamenti che ci venivano naturali con quella formazione. Successivamente abbiamo registrato in studio in presa diretta con Guido Andreani, che ha lavorato su un primo rough mix, poi ho fatto con Vito un lavoro di riascolto dei brani, individuando suoni, ulteriori strumenti, suggestioni e anche alcuni cambi di struttura, che potessero andare ad arricchire i brani. In seguito, Vito ha lavorato cesellando canzone per canzone gli arrangiamenti e infine Guido ha mixato il disco in più riprese, cercando una dimensione del suono tridimensionale. L’idea alla base, anche se può suonare strano, si è costruita in itinere, sia per il sound sia per la storia che racconta l’album. La trasformazione e il lavoro nel tempo (anche di scrittura) trovano riflesso nel fatto che in qualche modo i brani sembrino collegati fra loro, molto probabilmente anche perché trattano i temi che mi sono più cari, come la paura di cambiare, la rabbia nella separazione, il tremare davanti a sensazioni nuove e potenti, dopo tanto tempo, come l’acqua che bacia potente il suolo, dopo che esso non vedeva da molto tempo la pioggia…

4. Quali sono i tuoi progetti futuri?
Tornare in autunno sul palco a suonare dal vivo e scrivere, scrivere, scrivere… e poi seguirò il flusso.

5. Considerando che le canzoni sono come figli e quindi è difficile voler bene a una più di un’altra, a quale delle tue nuove canzoni sei più legata e perché?
Ah ah! E’ esattamente così! Non si possono fare figli e figliastri!
‘Il modo giusto’ è una delle canzoni a cui sono più affezionata, perché realmente rappresenta, anche con la sua scrittura di getto, il mood dell’album e come mi sentivo mentre lo stavamo realizzando. Poi Vito, con i synth, è riuscito secondo me ad arricchirlo in modo che acquistasse un’emotività tutta sua, anche dal punto di vista dell’arrangiamento.

6. Se dovessi consigliare tre band contemporanee, quali sceglieresti?
Radiohead, perché con loro non si finisce mai di godere e imparare, Venerus, per la sua musica mai banale e luminosa e Little Pieces of Marmelade, perché sono fortissimi, pieni di energia e scrivono canzoni bellissime!